E’ molto comune leggere diari di viaggio ed esperienze che riguardano paesi caldi e dorati dell’America centrale e meridionale. Mondi fatti del sole che batte sulla pelle diffonde quell’approccio calmo e posticipante che entra a far parte della ricchezza culturale di questi luoghi.
Un poco meno frequente é invece scorrere cronache di viaggio e memoriali sul Grande Nord, sulla Scandinavia piú estrema e sui luoghi popolati da un’assenza apparente di uomini e fatti quotidiani di vita.
Qualche estate fa al sottoscritto é capitato invece di fare una lunga traversata europea puntando proprio a quelle terre, ricercando esclusivamente quel tipo di ristoro per l’anima, fatto di colori e (non) suoni che si pongono probabilmente al polo opposto delle percezioni regalate dai paesi latini citati in partenza. Proprio per questo motivo, proprio per il fatto di configurarsi come riflesso piú distante e speculare alle “terre del fuoco”, propongono una intensitá emozionale e un senso di introspezione che non é certo meno intenso, é solo radicalmente diverso.
Lascinado le zone della bassa Scandinavia e procedendo verso nord, in un diradarsi di elementi e di corpi visibili, anche la luce cambia. E cambia parecchio.
Procedevo da Bergen e Trondheim verso l’attracco del traghetto che mi avrebbe portato alla mia meta e vedevo che un effetto di trasparenza entrava nei corpi fisici, nella materia delle cose che fotografavo. Una specie di effetto ectoplasma rendeva gli oggetti piú trasparenti dall’interno che riflettevano una luce meno evidente ma piú difficile da comprendere, direi.
Ho avuto la fortuna di incontrare durante il mio viaggio persone molto competenti in fatto in fatto di fotografia che non facevano altro che confermare la mia impressione manifestandomi che avevano difficoltá a definire la luce sulle proprie fotocamere perché era come se cambiasse costantemente a distanza di pochi secondi, durante certe tappe del tragitto.
Ció che era certo é comunque che a poco a poco, percorrendo tratti di mare sui traghetti postali e tratti interni con le ferrovie nazionali ci si stava allontanando davvero dalla Norvegia “abitata” e si procedeva verso Bodo, una localitá che a prima vista ha poco di attrattivo ma disvela una strana, affascinante malinconia se la si cammina un po’, magari proprio verso il porto.
Da Bodo si naviga verso le Isole Lofoten. La mia meta, il mio scopo di viaggio.
Questi magri e freddi arcipelaghi di terre innevate di pescatori ospitano quasi esclusivamente strutture di lavorazione del Merluzzo e flotte di pescherecci silenziosi ed efficaci.
Le case sono piccole, fatte in legno e rosse, come a volersi evidenziare in un contesto che per la sua natura forse le inghiottirebbe.
Le fotografie scattate qui hanno in fatti spesso come protagoniste loro, queste schiere di casette di pesca installate sulla costa, spesso radunate attorno alle strutture di lavorazione e stoccaggio del pesce.
Ci sono linee di pulman che portano da una localitá all’altra delle Lofoten attraversando i ponti molto frequenti che le collegano.
Il modo migliore di realizzare dei buoni reportage fotografici e il modo migliore forse anche per comprendere una realtá che non é né arida né noiosa, ma solo endogena e meno evidente, é sintonizzarsi su una lentezza che non prevede la smania di vedere il posto successivo; bisogna aggirarsi rispettosamente ascoltando i rumori dei gabbiani e i fischi del vento e tenere pronta la fotocamera.
La serie di fenomeni nescosti che si lasciano scoprire a condizione che si abbia la disponibilitá interiore di farlo, é davvero sorprendente.


















